Storie di colloqui di “ordinaria follia”: alla scuola privata

Dopo mesi di disoccupazione e infiniti colloqui scandalosi (per due ore di lavoro al giorno), finalmente una proposta allettante: “Cercasi educatrice a tempo pieno per una lunga sostituzione”.
Al giorno stabilito mi reco puntuale e speranzosa all’appuntamento per un colloquio. Mi accoglie una gentile responsabile. Dopo le solite formalità mi chiede di parlare un po’ di me, mi fa domande lavorative e personali e, non appena accenno al fatto che convivo insieme al mio compagno, cambia espressione e mi chiede di potermi fare una domanda molto delicata e personale ovvero se sono cattolica. Rispondo: “No, sono atea!”. Altro

Ritorno a Tara

Risposta di Elisabetta Teghil a “Da Rossella O’Hara ai No Tav”.

Le città erano luoghi di lotta collettiva e di solidarietà.
Oggi gli effetti del nuovo modello produttivo, definibile capitalismo flessibile, non si riverberano solo sul mondo del lavoro, ma si proiettano sul tessuto urbano.
Così come il nuovo sistema produttivo genera rapporti per cui si lavora intensamente sotto una forte pressione, ma non c’è più solidarietà fra lavoratori, sia in fabbrica che in ufficio, così anche nella città le relazioni tendono a cambiare e a diventare più superficiali, meno impegnate.
Il primo passo è la standardizzazione dell’ambiente urbano. In parallelo con questa “architettura involucro” assistiamo
all’equivalente standardizzazione dei consumi pubblici: una rete globale di negozi in cui si vendono prodotti identici in spazi tutti uguali. Altro

Nuntereggaepiù (fra il serio e il faceto)

Era il 1978 e Rino Gaetano faceva uscire un brano in cui elencava nomi, fatti, dicerie che… basta, non si potevano reggere più. A trentatrè anni dall’uscita del brano, esso è ancora attuale e alcuni personaggi citati (Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno…) non si sono fatti da parte neppure oggi, o lo hanno fatto per cause di forze maggiore (leggi: la morte).

Ecco oggi il nostro nuntereggaepiù, dedicato:

–         alle amiche, quelle che vorrebbero farti credere di avere la A maiuscola e la I maiuscola di indipendenza, che “non mi farò mai mettere i piedi in testa da un uomo, mica voglio perdere la mia libertà” e poi, “quando si sistemano”, non escono più di casa perché lui ha il temperamento meridionale ed è geloso;

–         a quei maschietti che, quando ti invitano a uscire, sfoderano il linguaggio più forbito del mondo e argomenti pseudo-intellettuali, e quando scoprono che nei sai almeno quanto loro, beh, che vuoi? Vuoi metterti in competizione con un maschio? E lì la loro virilità crolla…perché i ruoli sono ruoli e tu almeno un po’ oca e ignorante lo devi essere (o meglio, apparire); Altro

Da Rossella O’Hara ai No Tav: una storia d’amore

Sono cresciuta a pane e Rossella O’Hara, ripetendo le battute di Via col vento, senza capirle poi tanto: mi piacevano i vestiti dell’eroina, il fatto che sapesse restare in piedi, cocciuta e testarda, in ogni circostanza, i baci appassionati di Rhett, il suo giro vita di 40 centrimetri e la terra rossa di Tara.

Se dovessi rivedere oggi il capolavoro anni ’40, probabilmente avrei mille critiche pallose da fare o forse me lo godrei così com’è, con la storia d’amore a finale aperto e il fazzoletto in mano. Ma una cosa mi resta in mente più di altre, la questione dell’attaccamento alla propria terra, alle proprie origini, alle radici, insomma. Ecco questa è una cosa che io non sento molto, credo perché sono nata e cresciuta in uno dei luoghi periferici più brutti e maltrattati d’Italia, dove il cielo è grigio 364 giorni l’anno e il grigio domina anche su tutto il paesaggio. Capita. Altro

Il marketing della ribellione (ovvero la parte seconda)

Di nuovo un’analisi azzeccatissima di Elisabetta Teghil sulla tematica della “ribellione” e di come sia, a volte e purtroppo, una pratica fine a se stessa…

Il telefonino e la ribellione sono diventati oggetti indispensabili per tutte/i.
Ma, la ribellione, una protesi identitaria per alcune/i.
Ci sono top-model ribelli, attrici ribelli, principesse ribelli, scrittori e pittori ribelli e, naturalmente, accademici e studenti ribelli.
Questa epidemia di ribellione non impressiona né il capitale, né le sue appendici repressive, polizia e magistratura.
Non contenti tutte/i questi/e ribelli si autorappresentano come “scomodi” per questa società. E, buon ultimo, si definiscono “disubbidienti”.
L’esibizione è diventata un meccanismo del capitalismo mediatico. Tutto si risolve nell’ “épater les bourgeois”.
Dobbiamo avere chiavi di lettura per distinguere tutti costoro dai veri/e ribelli, disubbidienti e scomodi/e? Non ce n’è bisogno, questo già lo fa per noi la borghesia. Altro

Novità

Abbiamo aggiunto la pagina con i siti che ci piacciono. A breve inseriremo una pagina con i libri che ci piacciono e la musica che cantiamo sotto la doccia. Inoltre, inseriremo una pagina “leggera”, con le storie di tutti i giorni.

Buona lettura!

Sul 15 ottobre

Nella nostra bella società democratica, chi non è d’accordo lo esprime alzando la mano, come a scuola, e gli uomini che “fanno” la politica e l’“economia”, che muovono i capitali da Sud a Nord, da Est a Ovest, ti dicono “ma quello che chiedi è irragionevole” e passano oltre.

Nella nostra bella società liberista, se hai un buon lavoro, un buon conto in banca, dei capitali, hai molte libertà: ti puoi comprare una bella auto, fare le ferie al mare, in montagna, in un paese esotico, avere vestiti nuovi, mandare i tuoi figli in scuole costose. Altro

Il marketing della liberazione

Riceviamo da Elisabetta Teghil e inoltriamo molto ma molto volentieri…

La pubblicità ha sempre promesso le stesse cose: benessere, felicità, successo. Ha venduto sogni e proposto scorciatoie simboliche per una rapida ascesa sociale. Ha fabbricato desideri raccontando un mondo di eterne vacanze, sorridente e spensierato. La pubblicità ha venduto di tutto a tutte e a tutti, indistintamente, come se la società fosse senza classi.

Oggi ha mutato pelle. Oggi, ogni prodotto, dalla macchina alle scarpe, passando per le bibite e altro, tutto è presentato come un elemento distintivo per una gioventù ribelle. Altro

Noi che di economia non ci capiamo granché. Ma ci piace ballare.

Non è che noi non vorremmo parlare del 15 ottobre e della giornata di mobilitazione contro la crisi, è che lo stanno facendo già tutti i movimenti, tanti sindacati e alcuni partiti, quasi tutti proponendo un’alternativa al governo, un’alternativa alla sinistra democratica, un’alternativa alla manovra finanziaria, “non paghiamo il debito”, “il problema è nelle banche”, “il problema è nell’alta finanza”, “il problema sta nelle fottutissime agenzie di rating, in Moody’s, in Standard and Poor’s”, “il problema è nel capitalismo, nella società neoliberista”. Si sviluppano teorie sempre più complicate. A volte autoreferenziali. Nascono le posizioni sul corteo, dove ci si mette, prima lo striscione di chi, poi lo spezzone di chi altro, poi…Si sentono le posizioni di chi sta mettendo il cappello alla manifestazione, di chi ha richiesto un percorso al centro della città e chi uno un po’ defilato. Ri-nascono i disobbedienti, alzano la testa i vendoliani (si dice così?), gli indignati generici, gli indignati politicizzati, le “se non ora quando”, gli studenti, le studentesse, il vicino di casa che ha sempre un’opinione tutta sua perché è più avanti, chi ha sempre la verità in tasca e chi si siede sempre dalla parte del torto. Altro

PrecariaMenti

Oggi farò la brava ragazza e metterò d’accordo un po’ tutte parlando di un argomento che unifica le venti-trentenni di tutta Italia (e qualche quaranta-cinquantenne), a differenza del postporno, che mi ha attirato gli odi di metà area antagonista dalle Alpi alla Sicilia!

Ebbene sì, parliamo di precariato! Stamattina, mentre ero in macchina nel traffico per raggiungere il mio posto di lavoro precario, su una emittente radiofonica abbastanza alternativa si parlava ancora una volta di precariato. Questa volta di precariato dei “giovani” giornalisti e delle “giovani” giornaliste, che vengono pagati/e anche solo 50 centesimi a pezzo per fare pratica nelle testate italiane, ossia su quei giornali che sfornano 50 pagine al giorno grazie al lavoro praticamente gratuito di una folla di “praticanti” che dovrebbero imparare il mestiere e fare esperienza.

A parte che con 50 centesimi non compri nemmeno un caffé e chissà quanti articoli devi scrivere per “sbarcare il lunario” ma poi, pur ammettendo che questi articoli non siano opere di chissà quale valore artistico-letterario, ci vuole tempo per buttarli giù e con 50 cent non paghi nemmeno l’elettricità che spendi a usare il pc! Altro

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