No Tav e dis-informazione. Ovvero: l’avevo detto ieri

Ricordo come fosse oggi il 25 aprile del 1994, il mio primo venticinqueaprile in piazza. Pioveva tantissimo ed eravamo fradici ma felici. Quell’anno a Milano ci furono tafferugli, perché i poliziotti non volevano far confluire il corteo dei centri sociali con quello ufficiale. Avevo quattordici anni ed ero una ragazzina ancora ingenua, sinceramente un po’ spaventata da quanto stava accadendo e non troppo preparata visto che, oltre a una fede – allora – un po’ da cattoratorianacomunista, la motivazione della mia partecipazione al corteo era il ragazzino dai riccioli d’oro un po’ più grande di me. Sta di fatto che il ragazzino dai ricci d’oro è molto agile e si porta subito davanti alla polizia, io lo seguo estasiata dal suo coraggio, avanzo un po’ troppo e un energumeno di poliziotto mi strattona via dicendo: “comunistella di merda, troia”. Insomma poi, quello che successe quel giorno è oramai storia, Berlusconi che ha appena vinto le elezioni, un milione di persone in piazza, la Lega che sfila…il mio battesimo politico.

Tornando in treno, continuai a pensare alle parole del poliziotto-carabiniere, chiunque fosse (non ho mai riconosciuto le divise), perché era la prima volta che qualcuno si rivolgeva a me con quei termini: disagio, disgusto, senso di impotenza furono le sensazioni che provai. Ovviamente mi era impossibile reagire.

Poi ci fu quella volta che una mia amica fermata dai carabinieri della mobile si beccò, oltre a una multa, perché andava la luce di un freno solo,  gli insulti perché aveva in macchina l’adesivo della bandiera della pace, ma eravamo ancora troppo giovani e cretine per rispondere a uno che aveva “faccetta nera” come suoneria del cellulare e abbassammo la testa; poi ci furono molte manifestazioni, cortei, visite indesiderate in spazi occupati; poi ci furono gli amici “negri” che ti raccontano di come sono stati trattati dalle forze dell’ordine in una circostanza o nell’altra; poi il comandante di una caserma accanto a casa tua che viene arrestato per abusi sulle prostitute; poi mi fermo qui.

Senza neppure stare a fare l’ultras o a urlare “all cops are bastard”, vorrei fare una riflessione: perché quando veniamo insultati, presi in giro, caricati dalle forze dell’ordine, nessun giornale “mainstream” scrive niente o se ne parla lo fa con acredine, del tipo “no-global preso a calci e pugni, forse drogato”? E invece guardate cosa troviamo sui giornali di cui scrivevo ieri: che un manifestante No Tav ha insultato un militare dicendogli “pecorella” e che questo episodio ci riporta indietro – secondo il Corriere – praticamente agli anni di piombo. Inaudita la maleducazione dei manifestanti! E sotto commenti commenti commenti dei lettori del Corriere della Sera, infuriati contro i No Tav, viva la legalità, dategli una bella multina! E i politici nostrani che rispondono che il militare è stato bravo, anzi bravissimo, a mantenere la calma e per questo merita un encomio. E che doveva fare? Sparare? Già perché se ti dicono pecora tu gli spari! Se ti provocano, reagisci…Forse siamo in “Milano violenta” e io non me ne sono accorta. Forse – magari! – è tutto un film o mi trovo in una delle puntate dell’Ispettore Coliandro in cui il protagonista viene sbeffeggiato continuamente… Ma non è un film e sono pronta a scommettere che se il militare si fosse scaldato un po’ troppo e avesse reagito, ci sarebbe stato comunque modo per giustificarlo, poveretto, sotto pressione da giorni.

Oggi sono pessimista e scrivo di pancia, oggi non me ne frega niente di fare analisi, in un paese dove si arriva tanto in basso per screditare un movimento. Se si è deciso che l’Alta Velocità si farà, probabilmente, sicuramente, certissimamente si farà, perché in Italia le proteste, lo abbiamo oramai capito da anni, non contano nulla, siamo sopra e oltre la democrazia che si sbandiera ogni giorno. Chiamatela dittatura, chiamatela come ve pare, non m’importa un fico secco. Ma nascondere le ragioni di un movimento dietro le parole (giuste o sbagliate) di un manifestante è un’operazione così meschina, che mi fa tirare conclusioni molto amare sulla malafede della stampa del paese in cui per fortuna o purtroppo (forse oggi prevale il purtroppo) vivo.

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