Morire d’amore? No grazie!

Che siamo diversi sotto tutti gli aspetti non ci sono dubbi. Che siamo diversi perché da secoli si perpetrano le stesse logiche e gli stessi meccanismi sociali non ci piove. Da un po’ però rifletto quanto poco spazio venga concesso alla discussione pubblica sulla violenza sulle donne e, in particolare, sui femminicidi.
L’anno scorso si contano in media un omicidio ogni tre giorni commessi da mariti, padri, compagni, ex fidanzati gelosi, a carico delle donne, e lo spazio dedicato a queste vicende nei giornali e nelle televisioni è sempre relegato fra le notizie di cronaca, spesso in un trafiletto, oppure con i dettagli più morbosi sulla moralità e la condotta della femmina in questione, volta a sottolineare quante relazioni avesse avuto o che fosse una brava moglie e madre, che però voleva lasciare il marito o allontanarsi dalla famiglia perché il marito la maltrattava, perché amava un altro, perché il padre musulmano non tollerava la cultura eccessivamente “occidentale” della vittima.
Non c’è spazio per una pubblica discussione sul perché i maschi ammazzano le femmine, anzi, le femmine che dicono di amare. Si giustifica il delitto come passionale, come se si volesse assolvere una passione/un amore che uccide. E uccide premeditatamente spesso. Del resto, il codice civile è lì a ricordarcelo: solo dal 1975 è stato levato il delitto d’onore dalla legge italiana. A onor del vero, la mentalità invece non sembra essere molto cambiata, visto che l’atteggiamento generale è quello di soprassedere sulla questione. Amore e possesso, di fatto, vengono non di rado considerate la stessa cosa. E la donna un orpello, un oggetto. “O mia di nessuno. O come dico io o niente”. Come al solito si leveranno le grida di quei maschi che dicono “io non sono così”, certo, anche durante il fascismo c’erano gli anti-fascisti, ma qui si sta parlando di un problema generale ed è ovvio che non si parla di tutti, ma neppure di nessuno (anche perché se, agli omicidi, aggiungiamo le vittime di altre violenze, l’elenco si fa lungo solo a partire dai numeri delle denunce, omettendo cioè del tutto gli abusi che non escono dalle mura domestiche e dai luoghi di lavoro).
Le cose peggiorano se la donna uccisa è una prostituta, allora non se ne dà quasi notizia e la vittima diventa solo un numero fra le altre uccise, perché se ci avesse tenuto alla pelle, non avrebbe certamente svolto quel mestiere lì. Se invece la vittima è di origine musulmana se ne parla molto, a indicare quanto sia retriva la cultura dei popoli legati a quella religione, come se fosse unicamente quella religione a divulgare il maschilismo.
Invece l’equazione possesso uguale amore e quella possesso uguale a onore le troviamo anche fra i maschi a dna italiano, cresciuti alla scuola italiana, con la televisione e la musica occidentale, con mamme e papà italianissimi, maschi diventati laicamente o cattolicamente adulti come tanti, non certo e non tutti malati di mente. “Sei mia”. Come una macchina, come un orologio, come il pc. “E se ti portano via mi difendo. E se tu cambi idea o mi hai illuso, allora è colpa tua. Dovrai pagare”. Così il delitto e la violenza diventano quasi una difesa alla crudeltà, all’infedeltà di una donna che ha strappato il cuore al maschio in questione.
Noi donne siamo diverse e non necessariamente perché siamo migliori. Forse semplicemente perché l’educazione con la quale siamo cresciute è lo specchio di quella che ha cresciuto i nostri coetanei maschi. Loro con Ken il Guerriero. Noi con la Camilla, da brave mammine. E allora noi invece di uccidere, ci uccidiamo, cadiamo in depressione o ci disperiamo se lui ci lascia, se se ne va, se ci tradisce, se si mette con un’altra. Noi per di più ci colpevolizziamo. “Se lui mi ha lasciata è perché non sono abbastanza bella, carina, gentile, simpatica, brava a letto, affettuosa… Insomma non sono abbastanza”. Non ci viene in mente di vendicare alcunché. Al massimo ho sentito il caso di qualcuna che gli riga la macchina. E infatti i casi di cronaca in cui la ex moglie/la compagna uccide l’ex marito, il fidanzato o l’amante, per gelosia, per senso dell’onore, per possesso, si contano in Italia sulle dita di una mano e, di certo, va bene così.  Non vorrei mai che cominciassimo a sragionare al maschile, piuttosto però bisognerebbe fare i conti con una cultura sbagliata, da qualsiasi parte la si prenda.

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