A scuola di legalità… per un perfetto controllo sociale!

Da anni oramai la scuola italiana propone (o meglio, propina in dosi massicce) agli studenti e alle studentesse di ogni ordine e grado corsi e lezioni a base di valori, cioè non lezioni in cui si approfondiscono le conoscenze, si sviluppa la manualità, si affinano doti artistiche, eccetera, ma ore intere volte alla trasmissione di valori che si suppone siano condivisi da tutti/e. Ma come è possibile che un concetto come quello di legalità sia assurto a valore e che sul rispetto della legge si tengano addirittura dei corsi? E dove lo mettiamo il concetto di disubbidienza civile e quello di giustizia? Anche sotto Hitler e Mussolini c’erano delle leggi e i partigiani venivano appunto chiamati banditi… Come si può fare addirittura della legalità un valore da somministrare ai più piccoli, se non con obiettivi ben precisi di controllo sociale?  
E infatti, la scuola italiana, si sa, è da tempo in crisi, per i tagli di personale, gli attacchi mediatici continui alla “classe” insegnante, la scarsa importanza che la società tutta attribuisce all’istruzione, cosa che inevitabilmente ricade su chi ci lavora e sugli studenti, a quanto pare sempre più svogliati. Quello che non è mai in crisi, invece, sono i “progetti” che vengono portati avanti – spesso da “esperti” chiamati da diversi settori – che riguardano in primo luogo la legalità e poi anche la sessualità.
Credo di avere fatto parte della prima infornata di studenti le cui menti dovevano essere formate alla legalità, dal momento che già a fine degli anni Novanta, la mia classe e tutto l’ultimo anno del mio istituto usufruirono dei nuovi progetti portati nelle scuole da un comune della provincia di Varese, formato da un’equipe di psicologi e carabinieri. L’obiettivo era suggerici gran banalità, come il fatto che se guidavamo sbronzi ci ritiravano la patente e che le droghe facevano male. La prima lezione fu epica per la scarsa affabilità del carabiniere che ci doveva convincere a rispettare le regole stradali e a essere sobri al volante, mentre noi diciotto-diciannovenni lo guardavamo perplessi, perché queste cose le sapevamo già e evidentemente non le rispettavamo a volte non perché non le sapessimo, ma perché era il tempo delle sbronze e poco ci importava di quello che ci diceva il tutore dell’ordine. Scoppiammo in una risata fragorosa – unico momento di vivida attenzione – quando il malcapitato ci disse: “fate domande, come il vostro bravo compagno [n.b. Il secchione butterato che interviene sempre per farsi vedere], lui sì che ha rotto le acque!!!!” (costui voleva dire: “lui che ha rotto il ghiaccio”). Boh, magari il carabiniere aveva la moglie incinta, sta di fatto che questo è l’unico ricordo che ho di quel pomeriggio obbligatorio e noioso, a  cui ne seguirono altri uguali.
Quello che mi ricordo di quell’epoca preistorica è che, a forza di inculcarci informazioni da bravi/e ragazzi/e, la voglia di trasgredire cresceva ancora di più e, in ogni caso, nessuno si sarebbe fidato dei carabinieri. Tutt’al più, la sera, tentavi di documentarti nei centri sociali, molto più diffusi e capillari di oggi, spesso impegnati a ciclostilare libretti informativi su droghe, alcool e AIDS e così più o meno ti facevi un’idea su ciò che stavi facendo. O dagli intramontabili amici più grandi.
Oggi la tortura dei corsi di legalità e sessualità nelle scuole vive ancora. Una tiritera infinita fatta dagli esperti su cosa si deve e non si deve fare, ma oggi i bambini li condizionano dalle elementari, perché già dai 7-8 anni arrivano a scuola troupe di esperti o sedicenti tali a dire come ci si deve comportare (non mi sembra d’altro canto la società sia cambiata in meglio!). La banalità dei contenuti di queste lezioni con l’esperto/a amico/a alla scuola media è sconcertante: dicono sommariamente cosa è sbagliato fare, appellandosi al “buon senso”; le droghe nelle loro parole sono tutte uguali ed è sbagliato assumerle, ma non ti dicono cosa sono, quali effetti ciascuna procura e, sotto un generico “scegli la vita!”, pensano di trasmettere chissà cosa; l’obiettivo di fondo è generare paura per le ripercussioni legali che hanno i comportamenti non conformi alla nostra società (il bullo che spacca panchine, chi scrive sui muri, il tossichello…).
Certo è che magari dire a scuola quali sono gli effetti delle diverse sostanze non sarebbe un male, cosa non si può/non si deve associare se si vuole provare, invece questo approccio alla materia è letto come un incitamento al consumo e quindi si ritiene più sicuro fare leva sulla paura di qualcosa che rimane un mistero, su un argomento che resta oscuro, un demone. I libri di educazione alla cittadinanza ne sono un esempio. Ce n’è uno che intitola il capitolo droghe: “dallo spinello al buco”. Primo: da secoli nessuno chiama più spinello le canne; secondo: gli eroinomani spesso non si bucano ma sniffano; terzo: è provato da sempre che chi si fa le canne non necessariamente consuma in un crescendo sostanze chimiche fino a morire di overdose in stazione centrale. Nemmeno mia nonna ultranovantenne ha una visione così stereotipata delle sostanze!
E la stessa cosa vale per le  operatrici che si presentano nelle scuole a parlare di sessualità a dei ragazzini/delle ragazzine che non conoscono. Spiegano l’apparato riproduttore (che dovrebbe già essere programma di scienze, e va beh!) e poi prendono il discorso talmente alla lontana – per non turbare gli alunni – che ora che si capisce di cosa si sta parlando è finito il corso. Siccome, se va bene, questi corsi sono affidati al mondo dell’associazionismo cattolico, si fa sempre una buona tiritera sulla castità e sull’amore. Sembrano i progetti degli anni Cinquanta! Ma i ragazzini di oggi nascono, crescono e diventano adulti con la pornografia e internet! Non si può parlare a dei tredicenni con gli schemi mentali di sessant’anni fa e pensare di cogliere nel segno. Nel corso di qualche anno fa un’operatrice disse che avrebbe spiegato delle cose per trasmettere loro delle conoscenze, ma che loro erano troppo immaturi per farle, nonostante il loro fisico glielo consentisse perché, per fare l’amore con qualcuno, una ragazza deve aspettare il compagno giusto e avere un progetto con lui! In una frase erano riassunti tutti i preconcetti cattolici, con promesse di amore per lungo periodo, sessiste e omofobe, e per di più la frase era rivolta ad adolescenti, alcuni dei quali – se non tutti – ancora alla scoperta di cosa fosse la loro sessualità! E tutti, nessuno escluso, sapevano almeno per averlo visto in tv, cosa fosse un rapporto sessuale! Le parole incaute dell’esperta furono il modo peggiore per fare sentire una puttana una ragazzina precoce o in colpa uno/a a cui piacesse la persona del sesso “sbagliato”!
E quando questi progetti li svolgono “bravi” operatori? Resto in ogni caso dubbiosa. La scuola serve per una trasmissione dei saperi e ognuno, con gli strumenti che gli vengono dati, costruisce il proprio sistema di valori. Per affrontare con franchezza certi temi, basterebbero dei programmi scolastici un po’ meno vecchi. Si dovrebbe lasciare più spazio agli studenti, anche per cercare da sé le risposte, per esprimersi, per comunicare. L’unico conforto che invece ci resta sta nel conflitto generazionale, grazie al quale i ragazzini ci giudicano delle mummie da non ascoltare!

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