Il corpo è mio, dello Stato o del mercato? Rappresentazioni e autorappresentazioni del lavoro di cura

 Le streghe non sono solo accusate di avvelenare e di uccidere, di crimini sessuali e di cospirazione, ma anche di curare e di guarire. […] Le streghe guaritrici erano spesso le uniche che prestavano assistenza alla gente del popolo, che non aveva né medici né ospedali, e viveva nella povertà e negli stenti. Particolarmente chiara era l’associazione tra strega e levatrice […] L’affermarsi della medicina come professione che richiedeva un’istruzione universitaria rese facile escludere legalmente le donne dalla sua pratica.

Barbara Ehrenreich, Deirdre English, Witches midwives and nurses. Complaints and disorders, New York nel 1973 (in R. Sarti, Streghe, serve e… storiche. Qualche spunto di riflessione su storia di genere e stregoneria, «Storicamente», 4 (2008), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/streghe/sarti.htm)

Come è chiaro, secondo le due autrici, vi è un filo rosso fra la stregoneria e la donna che cura le altre e i malati, nelle società di età moderna, per cui colei che cura è al tempo stesso fattucchiera e curatrice, racchiude in sé pertanto il disprezzo e la fiducia, contemporaneamente.

E certamente, a lungo, nella mentalità popolare, le due caratteristiche andarono a braccetto, così come, forse anche proprio per questo motivo, il lavoro di cura fu uno dei temi più cari al femminismo anni Settanta, poi divenuto fuori moda, oggi tornato prepotentemente alla ribalta da un lato a causa del proliferare delle figure che lo esercitano (si veda il fenomeno “badanti”), dall’altro grazie alle ricerche sulla femminilizzazione del lavoro, strettamente connesse all’ambito della cura.

Pur consapevole della vastità del discorso, vorrei porre l’accento sulle rappresentazioni e le autorappresentazioni delle figure legate al lavoro di cura, siano esse pagate per svolgere tali attività, lavoratrici senza salario, come tutte quelle figure femminili che siamo anche noi quando ci prestiamo ad assistere qualcuno per qualsivoglia motivo non autosufficiente, in nome di legami affettivi, parentali e con dedizione pressoché (almeno apparentemente) incondizionata.

Per motivi di brevità concentrerò l’attenzione su pochi aspetti. Lo scopo è tutto politico ed è quello di sottolineare come, di colei che si dedica alla cura, la cosiddetta care-giver, la società e lo stato forniscano un’immagine del tutto distorta, funzionale al sistema, che costringe le donne stesse a nutrire un senso di colpa costante verso i datori di lavoro, gli assistiti, i familiari da curare, i familiari lontani.

Disponibile 24 su 24, una donna la cui funzione è assistere un anziano malato e non autosufficiente, e farlo con amore e totale dedizione. Far diventare l’anziano malato il centro dell’attenzione. Curare i figli altrui come i propri. In nero, “in grigio” (come emerge dalle recenti ricerche), in regola, non importa. Per qualsiasi cifra. Purché sia devota alla causa. In varie città italiane sono disponibili servizi offerti dal Comune o dalla Provincia che vi mettono in contatto con l’assistente familiare, e a volte si può scegliere anche età, provenienza, corporatura, esperienza della stessa. Sono servizi efficienti, che si auto-proclamano progressisti e che si occupano di tutelarvi step by step e di tutelare anche lei, con i pochi diritti che ha. Sono servizi domiciliari che riempiono il vuoto che lo stato ha lasciato smantellando un po’ alla volta il servizio di un welfare, la cui domanda, a causa dell’invecchiamento della popolazione, era al contrario cresciuta.

D’altro canto, si dice che le donne italiane non possano “più” assistere gli anziani, perché lavorano fuori casa, per cui è previsto inevitabilmente che, in carenza di servizi pubblici, ci siano altre donne, per lo più straniere e residenti in paesi poveri, s’intende, disposte a fare un lavoro considerato di serie B socialmente ed economicamente. Ci tengo inoltre a sottolineare che essere in nero, per le assistenti familiari extracomunitarie, significa inoltre essere clandestine, cioè, secondo lo stato, commettere un reato, cosa che le rende ancora più ricattabili, togliendo loro anche la possibilità di contrattare un salario.

 Questa è la situazione attuale.

L’opinione pubblica, esattamente come per le streghe cinquecentesche, ha una doppia immagine stereotipata di queste donne, da un lato quello di figure preziosissime (perché efficienti, ricattabili e a buon mercato), dall’altro quello di profittatrici senza scrupoli, che vivono dei bisogni delle famiglie di un paese più ricco di quello di provenienza. Si fa spesso leva sul fatto che queste donne debbano essere delle vestali devote, che non possano portare amici e conoscenti in casa, che debbano essere iper-professionali (facendo corsi di aggiornamento, se in regola), che debbano a tutti i costi allacciare un legame affettivo con l’anziano, perché il lavoro di cura è un lavoro d’amore.

In questo panorama fitto di sospetto e buoni sentimenti, mi ha colpito molto l’esito di diverse ricerche, in cui le assistenti familiari assumono un volto più umano, quello di donne, spesso madri, che hanno lasciato i figli e le figlie lontane, che hanno relegato gli affetti in un cassetto, che magari vanno anche d’accordo con l’assistito/a e la sua famiglia ma che, se non fosse per denaro, mai e poi mai si sognerebbero di vivere in una casa altrui, soggette a regole spesso ottocentesche, sia per quel che riguarda gli orari da rispettare che i comportamenti da tenere. Emergono immagini di donne, che sentono la mancanza dei figli e che provano sensi di colpa, per averli lasciati al paese con le nonne o con altri parenti. Il senso di colpa diventa in alcuni casi doppio, verso gli anziani da assistere, sempre meno estranei, ma nei confronti dei quali manca lo slancio emotivo, e verso i figli, sempre più estranei. L’unica forma di salvezza risulta la solidarietà reciproca delle domeniche pomeriggio libere, passate fra connazionali. Isolate per il resto della settimana. Molto poche le rivendicazioni politiche.

Ecco, la questione del senso di colpa, mi sembra una chiave di lettura attuale, per molte di noi,come se il “paradigma badante” fosse valido per tutte, non solo perché siamo spesso costrette a svolgere dei lavori poco garantiti, poco retribuiti, poco interessanti e frustranti, ma perché la dedizione l’insuccesso, il fallimento vengono attribuiti dalla nostra società, che millanta per ogni dove la meritocrazia, a noi stesse, che magari non svolgiamo con sufficiente amore e dedizione i nostri compiti lavorativi. Le badanti siamo noi, scollegate le une dalle altre, con una dose sottopelle di senso di colpa, di bisogni inespressi, di necessità di essere altro, incapaci di fare fronte comune, finché restiamo isolate. Ognuna con una sua rivendicazione, che non diventa mai collettiva.

Uno stato che abbatte i diritti e le libertà individuali (sempre più zone rosse, leggi repressive, controllo sociale) e una società dove la spontanea solidarietà è venuta meno, non solo non smette di ri-affidare il lavoro di cura quasi esclusivamente alle donne, come se fosse qualcosa di cui occuparsi per caratteristiche innate, come si sosteneva tanto tempo fa, ma le colpevolizza anche, rendendo intimo il senso di colpa verso gli assistiti e magari verso sé stesse e i propri affetti. E, oltre a fare ciò, applica il “paradigma badante” a tutte: efficienti, devote, serve del lavoro, disponibili 24 ore su 24, disorganizzate nella lotta, incapaci di rivendicare.

Dobbiamo per questo rifiutare l’immagine di una donna eternamente a disposizione dell’altro/a, soprattutto nei casi in cui il piano del mestiere viene mescolato a quello dell’umanità che si deve all’assistito. Dobbiamo smettere di invocare soltanto più servizi a scapito delle altre, delle donne di serie B, e capire che i meccanismi che imprigionano loro, per farci sentire emancipate, oggi stanno imprigionando anche noi. Dobbiamo rifiutare il concetto di meritocrazia, che ogni giorno viene esaltato per creare condizioni di disparità fra sfruttate; dobbiamo liberarci dello spirito che non esiterei a definire da “crocerossina” o, peggio, da “missionaria”, per apparire più brave e attutire il nostro senso di colpa: la maestra che non ha il materiale per la scuola, lo compra con i suoi soldi; l’insegnante dedica ore gratuitamente alla scuola per gli studenti disagiati, convinta di fare del bene; l’educatrice che compra la frutta alle ragazze della comunità… Si potrebbero fare centinaia di esempi, dove vengono coinvolti il lato affettivo, la buona volontà, l’umanità, la pietà, magari anche assieme alla volontà di mantenere un posto di lavoro che, seppure per quattro soldi, ci permette di campare, dimenticando che la nostra vita dovremmo sceglierla noi e non farla scegliere ai nostri sensi di colpa e che il tempo è nostro. Non è un appello all’individualismo: la solidarietà è quella che noi decidiamo di portare avanti nei confronti delle altre aldilà degli obblighi che ci vengono imposti, è spontanea; essa è coscienza di classe, ha l’obiettivo di sostenerci le une le altre in nome di parole comuni e non di interessi corporativi; non è carità e non si deve acriticamente a tutti; ma soprattutto non è e non deve essere un modo per renderci complici del sistema.

Relazione presentata all’Incontro separato”Il personale è politico, il sociale è privato” Incontro nazionale separato contro la violenza maschile sulle donne – Coordinamenta femminista e lesbica di collettivi e singole – Roma 2 giugno 2012

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