E’ un ladro chi ruba la spazzatura?

Di ScateniamoTempeste

È dell’altroieri la notizia che a Milano è stata sgominata una banda di “ladri di carta” che operava nelle vie del centro della città e che, di notte, prima che l’Amsa svuotasse i cassonetti della differenziata, i “ladri” si siano impadroniti per circa un anno della carta migliore, per rivenderla, dice Repubblica, come i “cartoneros sudamericani”. La notizia aggiunge che Amsa e Comune hanno subito un danno di circa 300.000 euro dalla mancata vendita di carta da riciclo. Accusati di furto, con l’aggravante di aver commesso il fatto su “cose esposte per consuetudine e necessità alla pubblica fede” e di aver causato alla pubblica amministrazione un danno patrimoniale di rilevante entità, i sei sono stati condannati ai domiciliari nelle ore notturne. “Pubblica fede” e “consuetudine” sono chiamate in causa, senza altre motivazioni plausibili, per dirci che chi ruba la spazzatura commette un reato.
Di fronte a questa inquietante notizia e alla fragilità delle motivazioni dell’accusa, sono obbligatorie alcune riflessioni. Banda o non banda, si può dire ladro chi ruba qualcosa che qualcuno vuole buttare? È un ladro verso chi? Quello dei rifiuti è un servizio o è un business mascherato da servizio?

Senza indagare nelle manovre della malavita organizzata, che si infiltra ovunque per la costruzione di discariche, smaltimento dei rifiuti, riciclaggio, etc, quello su cui volevo fare il punto sono questioni più piccole ma che ci riguardano comunque tutte e tutti.
È chiaro che una società che condanna chi ruba nella spazzatura ha qualcosa che non funziona ma, se la spazzatura è un business, è evidente che il connotato di condanna alla povertà e accattonaggio che viene dall’alto non basta a spiegare il divieto a frugare nei cassonetti, perché la chiave di lettura forse sta nel fatto che chi deve e può ricavare del denaro da un’attività non possono essere né gli indigenti né i cittadini comuni ma le società private o private a capitale pubblico. Anche se si tratta di rifiuti.

L’enfasi dei comuni e dello stato nell’invitare i cittadini a rispettare le norme per la differenziata, caricando di un valore etico e civile le azioni dei singoli, non sono altro che un modo per impiegare i cittadini “di buona volontà” in un lavoro il cui frutto va alle aziende che operano nel settore, che rivendono vetro, carta, plastica, facendo un elevato utile. Allora perché i cittadini dovrebbero pagare una tassa per fare ciò? Il servizio di raccolta dovrebbe essere come minimo gratuito. Se addirittura si condanna di furto chi sottrae la spazzatura, inoltre, significa che una riduzione della produzione della stessa causerebbe un danno alle municipalizzate.

La questione non è qui essere a favore o contro la raccolta differenziata: si tratta però di essere consapevoli che le azioni che facciamo con spirito “ecologista” e di amore per il pianeta, in realtà ci sono imposte per motivazioni più complesse e che la “coscienza civile” è utilizzata da chi governa per colpevolizzare/condannare il cittadino consumatore, quando è lo stesso consumismo che ci obbliga a consumare in modo acritico.
Se infatti ci si fa caso, non si sente mai parlare di riduzione degli imballaggi, né da parte delle associazioni ecologiste (ingenue?), né tanto meno da parte delle istituzioni che hanno l’obbligo poi di smaltire in qualche modo gli imballaggi. Addirittura di fronte a simili ipotesi si ammanta il licenziamento di migliaia di operai che non produrrebbero più plastica, cartone, sacchetti, etc. (come se ogni giorno le aziende italiane non licenziassero centinaia di lavoratori…), quando invece non ci rendiamo conto quanto sia assurdo comprare uova, insalata, frutta protette da un’etichetta di carta e da un involucro di plastica… E inoltre, comprando tali prodotti, si acquistano anche carta e plastica…
Mi è stato fatto notare che eliminando gli involucri si tornerebbe indietro, a quando con una bottiglia di vetro o con una latta si andava a prendere il latte in latteria. Si manderebbe così in tilt il sistema della grande distribuzione, che è ciò che di più intoccabile esiste nel campo della produzione/vendita dei prodotti di qualsiasi tipo, soprattutto degli alimenti. È ovvio dunque che il cittadino e la cittadina non hanno molta scelta. Anche la scelta di consumare dai produttori locali è inficiata dalle mille restrizioni che questi hanno dal punto di vista della distribuzione, dei cavilli legali, della loro presenza sui territori, dei prezzi in tempo di crisi, dei tempi dell’acquisto, etc. E comunque, in questa società così com’è, non è un modello praticabile su larga scala.

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