La storia non perdona niente

Di Elisabetta Teghil

La Corte europea per i diritti umani, in data 2 aprile 2013, ha emesso una sentenza con cui sancisce che il numero chiuso che regola l’accesso in Italia a determinate facoltà universitarie non viola il diritto allo studio.
Otto studenti italiani erano ricorsi alla Corte di Strasburgo perché non avevano superato i test di accesso.
I test di accesso sono legati al numero chiuso delle iscrizioni e, checché ne dica l’Unione Europea, vanificano il principio del diritto allo studio per tutte/i, perché è evidente che non tengono conto del vantaggio che alcuni studenti/e hanno per via dell’estrazione sociale che poi significa anche diversa base culturale.
Di fatto viene meno,da una parte, il ruolo dell’Università come occasione di socializzazione dei saperi, dall’altro, quello di promozione sociale.
Anni di lotte e di conquiste vengono annullati, si ritorna allo spirito degli anni ’60 quando, in quinta elementare, si doveva fare l’esame di Stato, passaggio obbligato per accedere alle Medie, dove si verificava un’ulteriore selezione di classe. Il ragazzo/a, sicuramente non per interessi personali, era costretto/a a scegliere fra le Medie vere e proprie e il così detto “Avviamento” che preludeva al lavoro… E le scuole di allora ribadivano la collocazione di classe anche nella struttura architettonica: molte erano impostate in modo da avere una triplice entrata, una riservata al personale, una ai ragazzi/e che facevano le medie, la terza per chi faceva l’avviamento.
E, come denunciò a suo tempo, Don Milani, si era bocciati/e anche in prima elementare.
Anche allora i ragazzi e le ragazze che sostenevano e superavano l’esame di Stato di quinta elementare erano il frutto di una selezione di classe nel senso compiuto del termine perché ne venivano tagliati fuori quelli/e più poveri/e dal punto di vista economico. Il che coincideva sempre con la connessa povertà culturale.
Un’altra strozzatura era costituita dall’esame di terza media. Anche qui la collocazione sociale coincideva con quella culturale e con le relative scelte scolastiche successive.
Alcuni/e approdavano ai Licei,la stragrande maggioranza faceva le scuole professionali.
Le scuole professionali non permettevano l’accesso a nessuna facoltà universitaria.
Ma è necessario fare un distinguo anche per i Licei, non a caso ne abbiamo parlato al plurale, perché esisteva quello scientifico e quello classico e solo quest’ultimo permetteva l’iscrizione a tutte le facoltà. Lo scientifico solo ad alcune.
In parole semplici, ma chiare, l’università attraverso il percorso di laurea, era deputata a formare la classe dirigente, con annessa collocazione sociale.
Le ragazze e i ragazzi che hanno vissuto quegli anni si ricorderanno di sicuro la domanda di rito che veniva loro fatta dai professori “Cosa fa tuo padre?”
Si iniziava il primo anno delle elementari, delle medie ,dei licei, in più di trenta per classe, l’ultimo anno i sopravvissuti/e erano la metà. E, strada facendo si raccoglievano i bocciati.
Gli studenti/e, nella stragrande maggioranza andavano a ripetizione con evidenti costi aggiuntivi per le famiglie.
Sono state le lotte del ’68 a spazzare via tutto questo con la semplificazione degli esami alla fine dei cicli di studio…. con l’accesso all’università liberalizzato e subordinato solo al diploma di media superiore…. con il piano di studi individuale che permetteva un percorso formativo adatto agli interessi dello studente/a che non era costretto/a ad aderire supinamente al programma della facoltà…..con la destrutturazione dell’impianto gerarchico e autoritario.
Risultato? Un aumento della scolarizzazione e l’accesso di tanti/e giovani al diploma universitario. Primi laureati/e in famiglia.
Il neoliberismo che non è solo una scelta economica, ma una visione a tutto campo e perciò ideologica, ha reimpostato l’istruzione attraverso alcuni passaggi che sono stati mutuati dagli Stati Uniti , che sono passati in Europa attraverso l’Inghilterra e che, in Italia, sono stati sanciti con il Convegno di Bologna del giugno del 1999 dove si sono incontrati 29 ministri dell’istruzione per realizzare una riforma internazionale dei sistemi di istruzione superiore e a cui, per il nostro paese,ha partecipato, come ministro dell’Istruzione del governo D’Alema, il senatore PD Luigi Berlinguer.
Le architravi di questo progetto, a cui tutti hanno partecipato, da Berlinguer a Moratti, da Fioroni a Gelmini, si reggono sul trasformare l’istruzione in merce, la formazione in occasione mercantile, lo studente in consumatore, la formazione scolastica in due percorsi paralleli che non si incontrano mai, quello pubblico e quello privato.
Il primo forma la borghesia di servizio, il secondo l’iper-borghesia transnazionale a cui è riservata la gestione del potere.
Da qui gli interventi legislativi che tagliano le risorse alla scuola pubblica e, contemporaneamente, le danno in misura sempre crescente alla scuola privata, l’aumento delle bocciature nelle scuole medie, dettate non da principi formativi, ma esclusivamente selettivi in termini classisti, l’invenzione dei moduli universitari 3+2 ,che sostituisco i quadrienni e i quinquenni, la loro appendice nei dottorati, dettati solo dalla volontà di allungare a dismisura i tempi di blocco dello studente- cittadino/a nella stagione degli studi e di rinviare il suo accesso nel mondo del lavoro. E, quest’ultimo, per i laureati che vengono dalle università pubbliche, coincide con lavori non conseguenti alla formazione, sottopagati e precari.
Questo fenomeno avviene in tutti i Paesi così detti occidentali, a conferma che non è un fenomeno tipicamente italiano o il frutto di questo o quel governo.
Le misure di privatizzazione dei servizi,inclusi l’insegnamento e la salute, fanno parte dell’accordo GATS ( General Agreement on Trade in Service- Accordo Generale sul Commercio di Servizi) e quelle nell’ambito del TRIPS (The Agreementon Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights-Accordo sui Diritti di Proprietà Intellettuale Relativi al Commercio) estendono la proprietà intellettuale fino a brevetti sul vivente. Tutti accordi fatti nell’ambito del WTO ( Organizzazione Mondiale del Commercio).
Perciò è chiara la natura dell’attacco al sapere, non legato alle vicende italiane, ma da inquadrare nelle più generali politiche neoliberiste.
Tutto si impernia sul trasferimento delle risorse dal pubblico al privato.
La privatizzazione dell’Università e della Ricerca, il ritorno ad un’università elitaria, dove la selezione è fatta per censo e per adesione ai valori dominanti, avviene anche con lo smantellamento dell’università “democratica e di massa” prodotta dalle lotte del movimento del ’68.
La guerra è a quelle/i che avevano inteso l’istruzione come strumento di riscatto sociale.
L’attacco è ai luoghi in cui la conoscenza tende a riprodursi socialmente, per destinare, invece, le risorse solo là dove diventa trasmissione di potere.
Questo progetto è stato reso possibile anche dal tradimento di coloro che si sono laureati/e in prima generazione e hanno creduto di esserci riusciti/e solo e soltanto per via delle loro qualità e capacità e non per il contesto politico che lo ha reso possibile.
Contesto non frutto di una legislazione partorita non si sa bene come ,da dove e da chi, ma frutto delle lotte. Tanti/e, troppi/e, che si sono laureati/e in prima generazione da queste lotte hanno preso le distanze, quando non le hanno condannate.
Per cui la storia, che non perdona niente e nessuno, ha fatto sì che si siano ritrovati/e a fare lavori che erano tutt’altro che promozione sociale, sottopagati e frustranti, e ad essere strumento attivo dello stravolgimento sociale attuale.
E ora si trovano in difficoltà anche per far studiare i loro figli/e.
Questo è il vero senso , al di là delle schermature, dell’attacco ai lavoratori cognitivi, del deprezzamento delle libere professioni, dei docenti universitari derubricati a livello dei formatori dei corsi di aggiornamento che ,come tali, devono costruire personale che aderisca ai valori della società in cui andrà inserito.
La subalternità dell’istruzione ai processi produttivi la riduce ad un’offerta di pacchetti formativi.
Da qui l’inconsistenza del ricorso degli otto studenti a Strasburgo.
Hanno sostenuto spese economiche importanti e si sono visti chiudere la porta in faccia,ma non hanno tenuto conto del fatto che il neoliberismo è metabolismo sociale e attraversa, perciò, tutti i momenti ,quindi anche i percorsi giuridici in cui si chiede la tutela o il riconoscimento dei diritti, per cui l’interpretazione e le modalità di applicazione di un’identica legge sono diverse a seconda dell’ideologia vincente che informa l’operato a tutto campo delle strutture pubbliche.
Tutto nel rispetto della legalità e della non violenza.
Ma il risultato finale è un ritorno ai criteri di selezione degli anni ’60 e ad una mortificazione delle aspirazioni di mobilità sociale e dell’amore per il sapere.

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