L’impossibile è il nostro possibile

Di Elisabetta Teghil

L’accumulazione di informazioni è il processo costitutivo della produzione e riproduzione sociale e, di conseguenza, anche dell’esistenza stessa del femminismo. La lotta per l’informazione è quindi anche una lotta per la nostra liberazione.
La lettura degli avvenimenti storici è il movimento dell’informazione, è il processo di memoria dei collettivi umani, delle formazioni sociali determinate, delle classi, di frazioni di esse e di gruppi specifici.
Pertanto, la facoltà di conservare e accumulare informazioni è un passaggio obbligato per il femminismo. Per questo, l’informazione che è segno, testo, linguaggi, ha sempre un carattere di genere e di classe.
Il femminismo è un sistema di sistemi di segni, di lingue, di scelte e delle loro concrete manifestazioni  come testi.
All’origine del femminismo c’è la contraddizione insanabile tra genere e società patriarcale, ma questa non è appiattibile su una generica contraddizione fra i sessi.
Il patriarcato è correlato funzionalmente alla società capitalista e, nella stagione del neoliberismo, questa connessione prevede una specifica modellizzazione della società patriarcale. Ogni sistema modellizzante rispecchia una realtà oggettiva ad esso esterna ed è, di questa , segno ideologico.
La società patriarcale che vive nell’involucro capitalista, nella determinazione attuale neoliberista, racchiude in sé una triplice determinazione: si presenta come strumento di conoscenza,  come mezzo di comunicazione sociale,  come dispositivo per il controllo del comportamento. Dato il controllo  che la borghesia  esercita sui codici, sui canali di comunicazione e sulle modalità di decodificazione e di interpretazione del messaggio, gli oppressi e anche la donna in quanto tale si trovano ad essere inconsapevoli  protagonisti di una realtà che li sottomette, contraria alle loro esigenze e alle loro aspettative.
Quindi, per gli oppressi tutti, in un campo sociale determinato la prima esigenza è la necessità di sopravvivere appropriandosi della lotta per la vita, ma l’individuo, pur essendo autosufficiente come tale, non può prescindere dall’essere una parte di un insieme.
Questo perché affermandosi il dominio reale del patriarcato in tutti i rapporti sociali, anche l’alienazione della coscienza sociale individuale tende a farsi generale.
La donna oggetto è anche una forma della coscienza, anzi, la forma per eccellenza, la sua forma automatica. Programmare la coscienza della donna oggetto è il lavoro fondamentale della formazione semiotica-ideologica borghese patriarcale. La donna è ristretta tra le coordinate dei segni ideologici della borghesia, è riproduttrice inconsapevole del programma che le è stato imposto. Il suo essere donna è il dramma dell’esecuzione automatica, inconscia, di questo programma fabbricato per lei dal patriarcato.
Per questo si opera la censura e la rimozione delle pratiche alternative, trasgressive e “illegali”.
Si esercita una censura a tutto campo rispetto a testi della memoria che non sono omogenei con l’ideologia dominante.
Quelle memorie che non vengono censurate, vengono catturate e rimosse.
E’ un meccanismo per cui i modelli trasgressivi rispetto ai codici dominanti e alle programmazioni “automatiche” del comportamento, vengono neutralizzati.
Quando non funziona la censura, la manipolazione, la rimodellizzazione, scatta la punizione delle refrattarie. Anche questo attraverso la calunnia, l’isolamento, i manicomi e la galera.
Attraverso la paura si obbligano le donne a rinunciare a comportamenti propri, frutto delle proprie attese e, pertanto, la paura soffoca il presente e il futuro.
Tutto questo per tarpare la trasgressione dei codici di comportamento dominanti.
Quello che è censurato, rimosso, riletto si trasferisce, per via semiotica, dentro l’individuo.
Tuttavia poiché la donna, nell’ambito  dei rapporti sociali capitalistici patriarcali, ha una posizione subordinata, l’interiorizzazione delle forme feticistiche dell’ideologia borghese, e cioè la programmazione dei suoi comportamenti, non potrà mai avere un carattere stabile e definitivo. I processi di manipolazione, di rimozione, di demonizzazione delle pratiche trasgressive e, dunque, il sedimentarsi di letture omogenee alla società patriarcale, sono anche alla base della lotta di liberazione della donna, come pratica sociale.
Il controllo e il condizionamento della nostra coscienza non è un processo senza scampo, non è un obiettivo da realizzare in futuro, ma vive nella quotidianità e non si esaurisce in una vetta conquistata. La società patriarcale è attualmente forte , ma anche instabile e la nostra lotta non è sconfitta per sempre  tanto quanto non è mai definitiva, ma è pratica sociale dentro le contraddizioni materiali storicamente determinate.
Ed è proprio a partire da questa pratica sociale che il femminismo continua a sviluppare il suo linguaggio, la sua alterità.
Questo permette di promuovere un processo incessante di presa di coscienza delle stesse leggi di formazione della coscienza.
La nostra liberazione  si consolida nel corso della nostra lotta contro tutte le manifestazioni del dominio del patriarcato. E’ coscienza del noi.
L’emancipazionismo non è liberazione, ma ne è un surrogato. E’ la donna, ridotta come il maschio, a consumatrice di merce e lei stessa  merce. E poiché anche la merce è messaggio, quest’ultimo diventa merce.
In definitiva la produzione della memoria sociale si svolge nel quadro di ben determinati rapporti sociali e quindi, ora e qui,non è nient’altro che un lavoro e, pertanto, merce come ogni altra merce.
L’esistenza di un evento è inseparabile dal suo essere comunicato, pertanto il silenzio è un tentativo di annullamento dei suoi possibili effetti. E’ evidente la regolamentazione del flusso delle informazioni entro tutte le reti delle comunicazioni, la selezione dei testi che possono essere ricordati e quelli che devono essere dimenticati, la produzione, la circolazione di testi disinformanti, inquinanti e sostitutivi con la speranza che alcuni perdano la capacità di riprodursi e di espandersi attuando un processo di pauperizzazione della storia del femminismo.
L’arma strategica del controllo sociale utilizzata dall’iper borghesia o borghesia imperialista in questa fase storica è la socialdemocrazia, attraverso l’informazione e la ricostruzione avvelenata  e la trasformazione dell’emancipazione da strumento, da mezzo, a fine, gettando nell’oblio il femminismo che ha violato il suo spazio ideologico. Perciò il nostro compito è gridare che il re è nudo, che falso è il mito che la socialdemocrazia emancipatoria ha costruito di se stessa,  è rivendicare il carattere trasgressivo del femminismo che ha violato le norme in cui ci vogliono tenere legate.
E’ rifiutare quell’insieme di codici funzionali alla riproduzione dei rapporti sociali patriarcali e alla loro traduzione in memoria collettiva. Compito tanto importante quanta è l’importanza che a questa operazione attribuisce la classe dominante  poiché l’esperienza passata condiziona quella futura.
Per noi l’unica memoria possibile è quella della trasgressione liberatoria che cammina sulle gambe del principio che l’impossibile per questo sistema è il nostro possibile e che il nostro possibile anzitutto è la nostra liberazione. Pertanto conquistare una memoria autonoma e collettiva, così come è stata fino a qui praticata da tanti rivoli del movimento femminista è riconquistarne l’identità rivoluzionaria.
La nostra memoria è produzione di nuove possibilità di fronte agli scenari presenti, è ricordare per trasformare.
Di qui l’impegno di generare una nostra memoria, di fissarla in una pluralità diversificata di linguaggi, nel momento che  le anime belle della socialdemocrazia si mostrano intolleranti e settarie con la pretesa di avere il monopolio del femminismo, mentre per noi l’emancipazione non è stata il frutto di una lotta per l’emancipazione stessa, ma è venuta, a cascata, dalla lotta di liberazione e non intendiamo farci imbalsamare e subire le catene patriarcali solo perché alcune donne ne fanno parte.
Produrre memoria femminista è ribellione, scontro culturale, è sottrarsi al racconto reticente, manipolato e censurato, è ricollegarci alle pratiche sociali antagoniste e liberatorie, è rottura della cinghia di trasmissione dei valori dominanti, è far evadere i nostri sogni, le nostre speranze. Siamo convinte che tutto è politico, che il privato è politico, che il sociale è il privato e come lo abbiamo detto in passato lo riaffermiamo anche adesso che l’informazione, il racconto, la storia non sono neutre, buone per tutte.
La socialdemocrazia cristallizza le regole del patriarcato negli schemi dell’emancipazione nobilitata con il principio della razionalità.
Da tutto questo ci dobbiamo affrancare così come dall’ideologia della neutralità, del progresso, della positività, insita e data per scontata, della presenza delle donne nelle situazioni di comando, di controllo e di repressione.
Questa speranza che in ciò risieda una qualche possibilità automatica di liberazione è infondata prima ancora che per motivi politici perché è fondamentalmente e fortemente irragionevole. Non è da questo impianto che possiamo aspettarci la nostra liberazione.
Non abbandonare mai la lotta di liberazione è l’unica via per costruirla. E’ rivoluzione sociale e culturale, rivoluzione totale nel cuore della società capitalista e patriarcale.

Proprio perché il passato è tanta parte del futuro, l’offensiva a tutto campo che mira a raccontare la lotta armata in questo paese è soprattutto tesa ad espellere dalla scena la stessa tradizione rivoluzionaria. Per questo si utilizza la storia recente per esorcizzare ogni speranza trasformatrice e liberatoria con un’operazione di lobotomizzazione dei soggetti e delle pratiche potenzialmente alternative.
Oggi, il sistema ha trascinato il dibattito politico non sulla condanna della lotta armata, ma addirittura sulla condanna della stessa possibilità di una via che non consideri le attuali istituzioni e situazioni come intangibili ed insuperabili, che non prometta fedeltà a questo Stato e a questo sistema. In definitiva, non sono in gioco le modalità dello scontro, del conflitto, ma lo scontro e il conflitto stesso.
Da qui l’opportunità, anzi la necessità, di un dibattito che non avvenga per rimozione, ipocrisie, per rassegnazione e subordinazione, che non avvenga come quello che c’è stato finora.
Verità a tutte/i note sulla matrice della lotta armata vengono negate quando non rovesciate addirittura nel proprio opposto. Da qui una rilettura che oscura e confonde anni di lotte aperte e dichiarate in una melassa di misteri, di fantasiose ricostruzioni di cui l’ultima “i protagonisti erano in buona fede” bontà loro, ma eterodiretti.
Con una pletora di esperti/e che non brillano certo per obiettività e coraggio culturale.
Proprio per l’uso che di questa storia è stato fatto, bisogna che quelle  che rifiutano il principio, che questa società vuol fare passare, che la storia è finita, che pensano che la nostra liberazione passi anche attraverso la rottura dell’involucro capitalista/ neoliberista in cui è  attualmente avvolto il patriarcato, comincino a leggere la storia recente di questo paese al di là di tutte le rimozioni e manipolazioni e ribadiscano alcune elementari verità storiche.
La storia del movimento femminista  è discontinua e disomogenea, ma farsene espropriare è come abdicare al patrimonio e alla ricchezza del movimento stesso e questo non può divenire merce di scambio per la promozione di alcune, tanto meno al mercato di una lettura di comodo ai fini della promozione personale.
Per il femminismo materialista esiste un problema concreto, quello di fare i conti con la propria storia che è anche un pezzo importante delle nostre vicende personali e perché no, della storia di questo paese.

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