Sarà che io non capisco. Il post-porno a Milano. Parte prima

Parliamo di post-porno. A Milano. Ieri sera si è concluso il bike smut, un festival ciclo-erotico, che ha avuto le sue origini a Portland, negli USA. Ci ho fatto un giro veloce, poi sono scappata perché mi annoiava.

Credo che il bike smut si possa collegare al post-porno, una teoria sedicente rivoluzionaria molto in voga in alcuni centri sociali della penisola negli ultimi tempi, ma non ne sono sicura, quindi chiederei a chi ne sa più di me di darmi una mano nei collegamenti fra le due cose. Quello che so è che il post-porno si basa su una critica alla pornografia tradizionale, nata negli anni Cinquanta nel secolo scorso, che vede come principale consumatore e protagonista il maschio bianco, eterosessuale, borghese e normo (o oltre la norma) dotato. La pornografia non solo ha cercato di interpretare i desideri e i tabù di questo soggetto, ma ha contribuito a fissare degli stereotipi di ciò che è desiderabile e eccitante e di ciò che non lo è (come oggi fa la pubblicità, che è innegabilmente un ramo soft del porno): cazzi grossi, pettorali scolpiti, niente peli, tette grosse, bocche gonfiate, culi rotondi, niente smagliature, niente cellulite, eccetera. Oggi, però, anche la pornografia si è evoluta e ci sono porno dedicati a lesbiche, omosessuali, transgender, etc. Basta saperli trovare. Le sue dinamiche però non sono cambiate. Altro

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