Impoverita e No future?

Mi sono accorta che sono diventata povera così una mattina di maggio, facendomi due conti in tasca, mentre devo acquistare con il pc un biglietto del treno Milano-Roma, per una visita veloce nella capitale e la mia carta ricaricabile mi dice che non può sostenere 182 euro di spesa. Come 182 euro? – penso – è impossibile che costi così tanto. E invece è possibile. Vado in stazione e la solerte impiegata delle FS mi dice che è possibile, perché io non ci ho pensato prima, dovevo farlo un mese fa e c’erano gli sconti. Vengo colpevolizzata da una signora nessuno, che non sa nemmeno cosa vado a fare io a Roma, che potrei averci pure la nonna in fin di vita lì, e la fine di una vita non ti avvisa un mese prima, dicendoti “fai il biglietto del treno per pagare meno, che morirò!”. Le dico di guardare assolutamente se ci sono altri sconti su altri orari, anche impossibili per il fisico umano e, alla fine, trovo una tariffa un po’ più agevole, ma mica tanto! Le dico “vabbé procediamo con la rapina” e lei si incazza, manco la avessi insultata, “poco scherzo, signorina!”. Si vede che lei viaggia gratis, penso. Altro

Un ragazzo sfortunato o forse no…

Crolla il l’impalcatura del concerto di Jovanotti, muore un ragazzo di vent’anni che vi lavorava e altri restano feriti. Questo ragazzo prendeva cinque euro l’ora, una miseria! Come si fa dire che uno “guadagna” cinque euro l’ora? Semmai uno è sfruttato per cinque euro l’ora. E magari aveva anche lui tremila sogni, speranze, aspettative dalla vita, come il “Ragazzo fortunato” cantato proprio da Lorenzo anni fa, solo che qui non si tratta di un ragazzo sfortunato.  Altro

Nel mondo dei normali: l’indicibile disagio. Parte seconda

A volte, per affrontare il mondo dei normali di cui ho parlato nel precedente post, ho bisogno di avere qualcuno che mi capisca. Per questo, quando al mattino metto in moto l’auto – perché al posto dove lavoro, che è in mezzo alla Pianura padana, non ci arrivo se non in auto – ho bisogno di una musica che rifletta il mio stato d’animo. Mi sono centinaia di volte ripromessa di non ascoltare più i pezzi di Vasco Brondi, perché l’inverno scorso stavo diventando brondidpendente, parlavo anche come lui, usavo i pezzi dei suoi versi per rispondere e per commentare dal fruttivendolo, al cinema, con gli amici, e mi sentivo un po’ una che ha rubato qualcosa a qualcuno, a tal punto l’ha fatta sua… Avevo paura di essere accusata di plagio! Perciò avevo chiuso i due cd nel cassettino, per lasciarli lì più a lungo possibile… Ma stamattina, sarà stata la nebbia che perdura da un mese, sarà stato il senso di impotenza che mi crea la sveglia delle 6,30, sarà stata la giornata che avevo davanti, ho aperto lo scrigno e tirato fuori meccanicamente un cd. Sapevo quello che volevo e quello che volevo era La lotta armata al bar, così per farmi un po’ male, con la storia di tutto il precariato  di vita e impotente che la mia generazione sta affrontando (colpevolmente o no, che si voglia). Altro

Madri, maternità, rifiuto

Quello splendido giornale che è Libero, oggi ci regala una perla di articolo sul fatto che le donne italiane non facciano più figli, articolo condito di becero razzismo e qualunquismo, senza tralasciare di proporre misure per la fecondità italiana di stampo fascista e offensive nei confronti delle donne. Forse l’articolo è ironico, ma non si coglie bene nemmeno questo, perché è talmente infarcito di elementi di disturbo, che l’ironia non è cristallina. Non è questa la sede in cui mi interessa commentare gli articoli di tale quotidiano, perché si pone a tal punto in basso che anche le virgole sono criticabili, figuriamoci i contenuti! Comunque potete trovare qui in basso il link di letteraviola, in cui si può leggere il testo pubblicato su Libero. Altro

Non ci sono più le classi sociali?

Ditelo ad Antonio, che ha 15 anni ed è ancora alla scuola media. Suo padre è in carcere e la madre lavora come donna delle pulizie, ha un fratello grande che spaccia ai giardinetti e la vita gli corre via da mattina alla sera, senza sapere che ci fa sul quel banco divenuto così piccolo, a non imparare cose che forse non gli serviranno mai, mentre sogna di andare al prossimo “Grande fratello” per riscattarsi. L’anno prossimo che farà? Chi diventerà? Cosa gli riserva il futuro?

Ditelo a Martina, che fa il primo anno di classico, ma non si sa se ce la farà. Alle medie era brava e faceva tutto da sola ma ora i professori hanno già capito che i suoi, anche se benestanti, non hanno un background culturale, per cui Martina si deve arrangiare…Ci sono molte cose che non capisce e ha già preso 4 in diverse occasioni, è anche incasinata col suo corpo che cresce senza che lei sia davvero pronta a tutti questi cambiamenti e fa fatica a concentrarsi. Quando torna da scuola sua madre le parla di vestiti e di borse, progetta vacanze chissà dove e lei è lì che vorrebbe che qualcuno la aiutasse a tradurre un brano dal greco, ma niente. La prof non spiega bene, non gliene importa un fico secco di quello che fa e dà tutto per scontato, come se una persona di una famiglia “normale” a casa parlasse di Schliemann e della questione omerica. I suoi compagni più bravi si fanno aiutare a casa dalle mamme laureate che si siedono accanto a loro, per tradurre le versioni. Altro

Dure a morire!

Eravamo a scuola e ci avete detto che tramite l’istruzione ci saremmo liberate e avremmo potuto trovare il lavoro che volevamo, che ci saremmo realizzate, che non saremmo state come la maggior parte delle nostre madri operaie nel setificio, impiegate alla Fiat, casalinghe incalzate dal marito a cui non va bene niente, donne delle pulizie a ore, madri per sempre.

Ci avete detto che oramai erano gli anni Ottanta e che il corpo era nostro, c’era stata la rivoluzione sessuale già da oltre un decennio e che finalmente noi saremmo state libere di fare quello che volevamo: zero figli, un figlio, due figli, dieci figli. Potevamo anche farli con dieci compagni diversi, perché tutti/e comprendevano che il matrimonio era una istituzione in crisi e nessuno ci avrebbe giudicate. E, se si vuole abortire, ecco la 194, apposta per noi! Le donne degli anni Cinquanta se la sognavano la 194, costrette a chiedere aiuto alle mammane! Altro

Storie di colloqui di “ordinaria follia”: alla scuola privata

Dopo mesi di disoccupazione e infiniti colloqui scandalosi (per due ore di lavoro al giorno), finalmente una proposta allettante: “Cercasi educatrice a tempo pieno per una lunga sostituzione”.
Al giorno stabilito mi reco puntuale e speranzosa all’appuntamento per un colloquio. Mi accoglie una gentile responsabile. Dopo le solite formalità mi chiede di parlare un po’ di me, mi fa domande lavorative e personali e, non appena accenno al fatto che convivo insieme al mio compagno, cambia espressione e mi chiede di potermi fare una domanda molto delicata e personale ovvero se sono cattolica. Rispondo: “No, sono atea!”. Altro

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