Colpevoli e (laico) senso di colpa

Ciò che la nostra società ha recepito più di tante altre cose dal Cattolicesimo è, secondo il mio personale modo di vedere, non la carità o l’uguaglianza, ma la questione del senso di colpa.
So bene di cosa parlo perché, grazie al ramo religioso e praticante della mia famiglia, sono cresciuta con un senso di colpa pressoché fisso nell’animo, accresciuto dal concetto di peccato. Rispondi male ai genitori? “Eh, è peccato, dovresti vergognarti”. Hai mangiato troppe caramelle? “La gola è uno dei sette peccati capitali”. Sei stata invidiosa della tua compagna di banco? “Brucerai nelle fiamme dell’inferno”. Siccome ero, almeno in apparenza, piuttosto indocile, far leva sul senso di colpa, e quindi sulla coscienza, appariva ai miei parenti come l’unico strumento con cui ottenere dei risultati educativi. In realtà, questi metodi pedagogici discutibili avevano un effetto unicamente repressivo e non facevano altro che rendermi insicura, farmi sentire sbagliata o, peggio, etichettare i miei desideri come qualcosa da reprimere. Altro

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